Secondo la teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969), il legame del bambino con la madre è il prodotto dell’attività di diversi sistemi comportamentali, che hanno come risultato prevedibile il mantenimento della vicinanza alla figura materna. Per figura materna si intende la persona che accudisce il bambino (caregiver), che di solito, ma non sempre, corrisponde alla madre naturale. infatti, le cosiddette cure materne possono essere fornite altrettanto bene da un padre, oppure da qualsiasi adulto che si prenda cura del bambino (ossia il caregiver), in psicologia esse sono definite cure parentali.
Bowlby, considera il comportamento di attaccamento come ciò che si manifesta quando sono attivati certi sistemi comportamentali.

L’autore, ritiene che i sistemi comportamentali stessi si sviluppino nel bambino come risultato dell’interazione con il suo ambiente di adattamento evolutivo, in particolar modo, con la figura materna. Il contributo critico di Bowlby consiste, quindi, nel porre l’accento sul bisogno del bambino di un ininterrotto (sicuro) legame precoce di attaccamento con la madre. Tale legame ha innanzitutto un valore di sopravvivenza: il mantenersi vicino al genitore aumenta infatti la protezione, garantisce il nutrimento e la possibilità di apprendere ed esplorare l’ambiente.  

In particolare, lo scopo del sistema di attaccamento, è inizialmente uno assetto spaziale, ovvero il mantenimento di un livello desiderato di prossimità con la madre; successivamente esso diventa di natura più psicologica, ovvero il sentimento di essere vicino al genitore.
I comportamenti di attaccamento sono considerati parte di un sistema comportamentale, e, pur non potendo far coincidere l’attaccamento con alcun comportamento specifico, ve ne sono alcuni che orientano e mantengono la prossimità del caregiver (pianto, sorriso, orientamento dello sguardo verso il caregiver, locomozione).

      Il comportamento di attaccamento è così importante che i bambini piccoli sono impegnati per gran parte del loro tempo in attività ad esso connesse, sia prestando attenzione alla localizzazione fisica della figura di attaccamento, ma anche cercando di individuare la strategia migliore per raggiungere il grado di vicinanza desiderata (Lorenzini, Sassaroli, 1995).

Bowlby descrive tre sistemi comportamentali in relazione all’attaccamento: il sistema comportamentale dell’attaccamento, il sistema comportamentale esplorativo, interconnesso con il precedente, nel senso che è la figura di attaccamento a fornire la base sicura per l’esplorazione, infine, il sistema della paura, che attiva il sistema di attaccamento e la disponibilità del caregiver riduce la reattività del bambino a stimoli percepiti altrimenti come pericolosi (Fonagy, 2002).  

Questi tre sistemi regolano l’adattamento evolutivo del bambino; la loro combinazione fornisce al bambino il mezzo per apprendere e svilupparsi senza allontanarsi troppo o rimanere distante per troppo tempo. Sulla base degli studi di Harlow,  Bowlby ritiene che il cibo e la nutrizione svolgano una parte secondaria nel loro sviluppo.

Quando un bambino è entrato nel secondo anno, ed è in grado di muoversi, si può quasi sempre riscontrare in esso un comportamento d’attaccamento abbastanza tipico.
I sistemi comportamentali implicati vengono facilmente attivati, specialmente dall’allontanamento della madre, o da una esperienza ansiogena. Al contrario, gli stimoli che più efficacemente placano tali sistemi attivati sono la voce, la vista e il contatto tattile con la madre.  Fino a tre anni tali sistemi continuano ad essere attivabili assai facilmente,     in seguito divengono meno attivabili e subiscono altri cambiamenti che rendono meno indispensabile la vicinanza della madre. Nell’adolescenza e nell’età adulta si verificano ancora altri cambiamenti, compresi quelli delle figure verso le quali è diretto l’attaccamento. Le relazioni di attaccamento assumono un’importanza fondamentale, non solo per la sopravvivenza fisica e psichica del bambino, ma anche perché sono interiorizzate e costituiscono le strutture fondanti la personalità, definite Internal Working Models (Modelli Operativi Interni – MOI). I MOI sono intesi come rappresentazioni del sé con l’altro che si formano durante le interazioni di attaccamento. La caratteristica centrale del modello operativo interno riguarda la disponibilità attesa della figura di attaccamento, intesa come l’accessibilità e la responsività, ossia, la capacità di risposta del caregiver. I modelli operativi interni sono strutture di conoscenza che si basano sulle interazioni quotidiane con i genitori.
Il modello che il bambino costruisce su di sé riflette anche l’immagine che i genitori hanno di lui. Quando acquisisce l’uso del linguaggio, un bambino è impegnato a costruire modelli operativi del comportamento prevedibile del mondo fisico, del comportamento prevedibile della madre, del padre e di altre persone significative, del comportamento prevedibile di lui stesso e dell’interazione reciproca di tutti questi comportamenti. Attraverso questi modelli operativi il bambino valuta la propria situazione e formula piani.
Lo sviluppo dello schema di sé, ossia, dell’insieme organizzato di strutture di conoscenza, comportamenti verbali, significati e attributi di tipo fisico e sociale, è strettamente collegato al processo di categorizzazione. Un simile processo presuppone un livello di padronanza del linguaggio tanto più elevato quanto maggiore potrà risultare la complessità dello schema di sé. Secondo Olson e Staats (1981), il linguaggio viene appreso solo nella misura in cui vengono percepite dal bambino quelle regolarità ambientali che poi diverranno il suo patrimonio di conoscenza.  È su tali conoscenze iniziali non verbali,  che può stabilirsi una categorizzazione che col l’andare del tempo, sarà più articolata e sofisticata.
Classi linguistiche sempre più ampie ed affinate sono acquisite tramite associazione fra stimoli verbali e fattori emotivi e processi interpretativi, permettendo, in seguito, l’apprendimento discriminativo delle funzioni linguistiche e lo sviluppo di quelle affettive, rinforzanti e solleticanti per ciò che concerne il comportamento e i processi di ragionamento del bambino. La categoria linguistica o l’etichetta linguistica che sarà utilizzata, si presenta come una sorta di segnale con proprietà d’impulso nei confronti della percezione e dell’azione.
Nel corso delle interazioni sociali, la categorizzazione determina anche il modo in cui una persona valuta se stessa in relazione agli altri e alle proprie competenze. L’acquisizione delle categorie del proprio gruppo sociale, la valutazione del proprio comportamento da parte delle persone significative del proprio ambiente e la loro imitazione, contribuiscono notevolmente alla formazione di un primo abbozzo del concetto di sé. L’acquisizione di questo schema archetipico influenzerà il modo in cui l’individuo indirizzerà la selezione e l’elaborazione delle informazioni in arrivo ed organizzerà il proprio comportamento. Quindi le categorie acquisite nel processo di socializzazione in età evolutiva rappresentano gli strumenti con cui una persona conosce e agisce sul proprio ambiente. Tali strumenti permettono di agire anche su se stessi, determinando il modo con cui si organizza il proprio comportamento e in seguito, se ne valutano le conseguenze.

 

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