Nella relazione tra le parole e i fenomeni a cui le parole si riferiscono, significato, pensiero e giudizio giocano un ruolo fondamentale; tale ruolo è spiegato dalla funzione cognitiva del linguaggio. Mediante le parole possiamo descrivere cose immaginate come se esistessero e delle cose che esistono, le parole ci permettono di apprenderne i nomi e le caratteristiche.
In ambito scientifico, si solleva un problema filosofico (epistemologico) analogo a quello dell’uovo e della gallina: Sono le parole a dare forma alle nostre concezioni della realtà, oppure è la relazione con le cose e le vicende del mondo a definire il significato che queste cose assumono? Cosa arriva per prima nel determinare la forma delle nostre cognizioni, le parole o le cose?
Un pomeriggio mi capitò di fare merenda con mio figlio: pane e salame; all’epoca aveva superato da un paio di mesi i dieci anni, quel giorno comprai salame di cavallo; il piccolo non l’aveva mai mangiato, quella era la prima volta. Divorò il panino con gusto « È buono?» gli chiesi. «Sì, è buonissimo!» «Sai cos’è?» « No! Che cos’è? » «Cavallo!».

Ebbe una reazione di incredulità seguita da ripugnanza. protestò subito con la madre. Se gli avessi anticipato che quello era salame di cavallo, considerando la cosa ripugnante, molto probabilmente non l’avrebbe nemmeno assaggiato.
In definitiva, in certi casi l’apprezzare un cibo deriva da un diretto contatto con la realtà, in altri casi il gusto è determinato dalle parole che veicolano delle concezioni culturali a proposito di cosa è lecito mangiare oppure no. Oggi , la nostra cultura sembra esprimere una nuova sensibilità nei confronti dei cavalli [forse influenzata attraverso i programmi televisivi per ragazzi, da quella nord-americana in cui si ha una diversa concezione del cavallo visto come un fedele amico dell’uomo, simbolo di libertà e si uccide solo in casi disperati….. per non farlo soffrire]. Allo stesso modo, molti cinesi resterebbero sorpresi nello scoprire il disgusto che potrebbe mostrare un italiano, o un europeo, posto di fronte a un bel piatto di pipistrelli in brodo. Infine, esistono culture che trovano ripugnante la carne di maiale, altre addirittura non prevedono animali nella dieta; in altre, le cavallette fritte sono una prelibatezza.
Il mondo fenomenico assume un significato che è determinato dalle nostre valutazioni e descrizioni attraverso le parole. In quest’ottica cognitiva, il linguaggio ha le caratteristiche di un codice convenzionale condiviso all’interno di una cultura.
Il linguaggio può essere analizzato anche attraverso l’osservazione delle regole costitutive che entrano in gioco durante la conversazione. In questa prospettiva il significato è condiviso attraverso le interpretazioni delle persone coinvolte in ciascun episodio conversazionale.
Il significato dipende dalla situazione, dal contesto dell’episodio, dalla qualità delle relazioni tra i partecipanti e dallo scopo attribuito alle affermazioni fatte da ciascun partecipante. In questo senso il significato non è nelle parole o nelle cose a cui si riferiscono, ma nelle intenzioni percepite e nei rituali di interazione che si producono durante ogni episodio conversazionale. Le parole usate possono influire sul giudizio che l’ascoltatore ha circa la competenza del parlante. Le parole sono anche usate in maniera rituale, come dei copioni. “Buona sera” è una frase d’augurio che vale anche quando nevica, “Come stai?” non prevede una risposta precisa sui parametri vitali e sulle condizioni psicofisiologiche dell’interrogato.
In che modo possiamo spiegare come le parole acquisiscono un significato, influenzano il giudizio, danno una forma alla percezione e servono nel processo di interazione?
Il modo in cui le parole acquistano un significato deriva dai processi di apprendimento, mediante l’associazione delle parole alle cose e alle esperienze che le persone hanno con quelle cose. Il modello teorico del referenzialismo postula che le parole abbiano un significato perché esse rappresentano cose, sentimenti, situazioni che le persone hanno esperito. Tutto parte dal principio che le persone imparano che i fenomeni hanno un nome. Secondo questo modello il significato che noi attribuiamo alle parole deriva dalle esperienze che noi abbiamo avuto con i fenomeni e gli oggetti della nostra esperienza. Il significato non è inizialmente nella parola ma nei pensieri che risultano dalle esperienze: c’è un’esperienza, che si traduce in un pensiero, che si associa a parole o altri simboli, che successivamente sono usati per costruire affermazioni a proposito di esperienze analoghe. Dato che le persone vivono esperienze simili, le parole possono essere usate per attivare dei pensieri. In tal modo il linguaggio permette alle persone di comunicare.
Per i teorici del referenzialismo Osgood, Suci e Tannebaum (1957) la comunicazione può essere definita come l’uso di simboli in modo tale che gli atti di referenza che si manifestano nell’ascoltatore sono simili per il loro aspetti rilevanti a quelli che sono simbolizzati dal parlante. In pratica per verificare che una parola è accurata bisogna constatare che produca la stessa referenza nel ricevente e nella fonte (isomorfismo).
Ma quali sono i referenti diretti di parole come felicità, amore, libertà, democrazia, perdono?
Questa teoria mostra dei limiti, molte parole non hanno una diretta relazione con le cose. Il linguaggio non può dare una precisa rappresentazione delle cose e delle idee perché non ci sono abbastanza parole diverse per esprimere le sottili differenze delle diverse esperienze. Se decidessimo di utilizzare specifiche parole per ogni cosa, il loro numero sarebbe incredibilmente ampio e tale da superare le potenzialità della nostra memoria. Inoltre, vi possono essere delle differenze individuali a livello di expertise di una persona. La teoria dice che il significato è il risultato dell’associazione della parola con un concetto di un certo fenomeno.
Ma il significato di una parola non risulta essere uguale per tutti. Se confrontiamo il concetto di basket di una persona esperta e di una persona comune troveremo significative differenze.
Il significato nasce dalle relazioni, l’esperienza umana è strutturata dalla relazione con l’ambiente sociale e fisico. Le persone riescono a comunicare nella misura in cui riescono a costruire un senso comune. Se non si riesce a raggiungere un accordo nel dare un significato comune alle parole esse non costituiscono un linguaggio. La produzione di significato è una delle funzioni della cultura. Il linguaggio dotato di significato è il prodotto dell’interdipendenza sociale, ossia, della cultura. Le persone impongono un significato alla realtà fisica e sociale perché ciascun linguaggio riflette una diversa visione del mondo. Il linguaggio non è neutrale, non può essere libero da una visione concettuale. Ciascuna concezione ideologica contiene una visione della realtà fisica e sociale preferita. Ogni concezione della realtà prescrive una visione di cosa le persone vedono e del modo in cui lo definiscono e lo valutano. Sapir e Worfh (1937) sostengono che noi sentiamo, vediamo e maturiamo esperienze nei modi che sono prevedibili a partire dalle abitudini linguistiche della comunità a cui apparteniamo, le quali ci predispongono a certe scelte interpretative; il modo in cui le persone denominano una situazione influenzerà il loro comportamento in quella situazione. I ricercatori hanno confrontato il linguaggio standard medio europeo (SAE) con il linguaggio Hopi ( una lingua della famiglia delle lingue uto-azteche parlata da circa 5.000 persone della popolazione pueblo nell’Arizona nord-orientale). Ad esempio, per le espressioni che hanno a che fare con la quantità essi trovarono che, mentre in SAE è plausibile chiedere un bicchiere d’acqua , per gli Hopi no. Altro esempio potrebbe essere quello della frase “una calda giornata d’estate” che per gli Hopi non viene così specificata dato che tutti i giorni della loro estate sono caldi. O Infine, il caso delle popolazioni che non sono legate a stretti criteri temporali, per le quali “ieri” e “domani” sono espressi con la stessa parola che significa “non adesso”.
A ben vedere, si potrebbero trovare delle differenze simili anche all’interno del linguaggio europeo, ad esempio, riprendendo la frase “una calda giornata d’estate” è molto plausibile la stessa differenza per un abitante del nord Europa, come uno scozzese, e uno del sud Europa come un calabrese: in Calabria d’estate una giornata si differenzia fondamentalmente per il tipo di vento e il grado di umidità. Restringendo il fuoco d’analisi, alcune differenze di significato si possono trovare all’interno di una stessa nazione, ad esempio a differenza dei dialetti gallo-italici come quelli della Lombardia e del Piemonte, nei dialetti greco-italici come i dialetti Calabria e Sicilia, è assente l’uso del futuro. Mentre a differenza dei greco-italici, in quelli gallo-italici è assente il passato remoto. Da tali osservazioni deriva che le parole danno forma alla percezione, di conseguenza, il pensiero e l’osservazione non possono mai essere liberi dalle distorsioni maturate all’interno di ciascun linguaggio. Per questa ragione il dizionario è una proprietà collettiva creata da un gruppo di persone per renderle capaci di comunicare.
La conversazione non è un semplice scambio interpersonale regolato da meccanismi che dettano i passaggi di turno, le modalità di conferma del messaggio, ecc. ma è un’attività di assoluto rilievo culturale.
Il senso delle esperienze all’interno di una determinata cultura è stabilito e trasmesso attraverso il suo linguaggio: le persone pensano, comunicano e agiscono secondo modalità definite dalle strutture linguistiche di cui dispongono. Nel quadro della psicologia culturale, le narrazioni non esprimono soltanto la realtà esperita ma sviluppano dei modelli di discorso stabiliti da valori, norme e ideologie che sono patrimonio di una intera società. Il linguaggio non si limita a fornire griglie interpretative consolidate e socialmente condivise ma determina i confini stessi della realtà. Le strutture linguistiche e concettuali di qualsiasi cultura organizzano e definiscono l’ambito della realtà a cui dare senso. Un’altra funzione cognitiva della cultura è quella di essere una mediazione, (essa compie un’azione di collegamento) che penetra ogni aspetto della vita quotidiana ed è qualitativamente diversa a seconda dei diversi ambienti culturali. Non è un processo che parte da un individuo singolo e poi si estende agli altri; al contrario, la comunità modella l’individuo prima che l’individuo possa a sua volta modificare le regole della comunità a cui appartiene.
Noi abitiamo i confini tra culture diverse e imparare a vedere questi confini esprime una necessità adattativa che porta a confrontarci con linguaggi differenti, quindi, con un insieme di significati differenti. I confini tra le varie aree culturali sono sia quelli tradizionalmente riconosciuti (in sostanza le questioni multietniche) sia quelle legate ai processi interni alle diverse società, (si pensi alle professioni intese come culture a sé stanti e alle nuove tecnologie incubatrici di nuove forme di esperienza). Negli incontri che avvengono lungo le frontiere tra culture, ogni persona vede immediatamente le imperfezioni dei mondi altrui, mentre comprende solo lentamente e faticosamente i limiti del proprio.

La questione non è il legittimo attaccamento alla propria tradizione culturale, ma il dispregio e l’avversione verso mentalità diverse dalla propria che ci rendono impermeabili ad altre prospettive. Gli scopi che la cultura suggerisce sono intrinsecamente premianti perché le persone hanno imparato, tramite i processi di socializzazione a trovare gratificante il perseguire gli scopi che il proprio sistema culturale suggerisce e a vivere come fonte di disagio l’abbandono dei modelli che esso propone . Al di là del successo o dell’insuccesso nel perseguire i propri scopi le persone sono incoraggiate dalla cultura in cui sono cresciute ad essere orgogliose di avere seguito i modelli di vita che sono stati loro proposti.

Ma se la cultura d’origine scompare le persone non troveranno più uno di loro che, come loro, condivida lo stesso mondo di valori e che parli lo stesso linguaggio.
Insieme alle funzioni di produzione di senso e di mediazione, un’altra funzione della cultura è, quindi, la creazione di una cornice morale. Nella realtà quotidiana le persone interagiscono con gli oggetti facendoli entrare nel gioco sociale, l’uso di oggetti, come ad esempio i nuovi mezzi di comunicazione (ad esempio gli smartphone), e i nuovi ambienti di comunicazione, (come i cosiddetti “social network”), portano in sé un processo evolutivo sociale e morale, le nuove tecnologie esistono all’interno di un ordine morale. Esse vengono concepite sotto la spinta di questi valori, modificando i nostri ambienti di esperienza e il nostro linguaggio. Il nostro stesso ambiente naturale è stato modellato dall’intervento umano, e le conseguenze dell’azione umana possono avere anche ricadute negative, si pensi al problema dell’inquinamento e la conseguente progettazione e messa in produzione di motori di nuova concezione come quelli elettrici o ibridi a basse emissioni inquinanti. La creazione di un nuovo strumento produce una determinata pratica sociale, una nuova situazione in cui essa si svolge e un nuovo linguaggio. Questi generano poi a loro volta il bisogno di miglioramenti che sarebbero possibili attraverso la progettazione di nuovi strumenti e nuovi ambienti di esperienza e cosi via. Il cambiamento del contesto è una conseguenza dell’azione umana.

Da un lato la struttura culturale condiziona le azioni significative possibili delle persone all’interno del suo perimetro, dall’altra parte le persone continuamente rielaborano in modo innovativo i modelli tradizionali. In questo modo la cultura è trasformata per effetto dell’azione e delle scelte delle persone. Come conseguenza di questo processo, il contesto sociale risulta essere essenzialmente mutevole. Il cambiamento, ovvero, la storia del contesto sociale, è il risultato dell’incontro dell’ordine culturale con le situazioni determinate dalle pratiche sociali. L’uso di nuovi strumenti e nuove pratiche sociali pongono questioni di ordine morale, innanzitutto perché la cultura di chi progetta un nuovo strumento è diversa, di solito molto lontana da quella di coloro che poi utilizzeranno quello strumento; spesso chi progetta una nuova tecnologia non ha idea di come poi le persone la utilizzeranno. Riprendendo il discorso sui nuovi ambienti di comunicazione ed esperienza è esemplare il caso dei social network (facebook, twitter, instagram messenger, ecc.), dalla loro comparsa a oggi, hanno posto, periodicamente problemi di ordine morale: la questione sulla privacy, poi la sua capacità di poter veicolare notizie false in modo da condizionare le decisioni di voto dei cittadini di uno stato; inoltre, la capacità di condizionare i comportamenti d’acquisto, le opinioni su determinati argomenti ecc. ecc. Ad ogni criticità incontrata è stata data una risposta di tipo normativo: cosa non si può pubblicare, le finalità che non si possono perseguire, gli argomenti di cui è vietato parlare e le parole che non si possono utilizzare.
La cultura è costruita e trasmessa nei discorsi inquadrati nella specificità delle circostanze e delle pratiche sociali. La cultura, attraverso il linguaggio, funziona come un apparato che adoperiamo per chiarire le ambiguità presentate dalle situazioni e si avvale per questa finalità, da un lato, di artefatti intesi come mezzi per raggiungere uno scopo e dall’altro lato, di principi, intesi come valori che indicano come dovrebbero andare le cose in un mondo perfetto e ordinato. La contraddizione tra i principi e la vita di ogni giorno conferisce tensione all’esperienza quotidiana, che è lacerata tra i due poli di ciò che le persone pensano che si dovrebbe fare e di ciò che esse riescono effettivamente a fare nelle concrete situazioni della vita. Ma l’esperienza quotidiana è anche dilaniata tra i due poli di ciò che le persone si aspettano debba accadere negli ambienti di vita e di ciò che effettivamente accade.

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